Meglio un Pisanu all'uscio

Come si muove dicono: si smarca. Come parla gli attribuiscono movimenti al centro, scarti a sinistra, balzi laterali, voli ultrapolari (nel senso dei due poli). Appena una parola esce dalla bocca di Beppe Pisanu – ex democristiano moroteo e zaccagniniano, ex sottosegretario parlamentare di esperienza pluridecennale, attuale presidente della commissione Antimafia – parte la gara all’accaparramento.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:52
Immagine di Meglio un Pisanu all'uscio
C’è chi fa il salto successivo e si chiede: ma perché Pisanu non si candida a segretario del Pd?, che sarà pure una boutade ma non toglie certezza a un fatto: Pisanu – e non da oggi – è l’esponente del centrodestra più benvoluto dal centrosinistra. Non basta neppure questo, perché quando poi Pisanu va alla presentazione del libro di Raffaele Cantone sulla camorra, e come correlatore trova Walter Veltroni, fresco di dimissioni dal Pd, e molto si commuove alle sue parole – ho il nodo alla gola per il tuo discorso, Walter, e ho preso ventuno annotazioni – c’è subito chi, nell’opposizione, loda il Pisanu uomo moderato, baluardo di democrazia e tolleranza in tempi di fosca antidemocrazia (soltanto i dipietristi non lo amano, perché seguono alla lettera Marco Travaglio che quando parla di Pisanu tira sempre fuori l’episodio delle sue dimissioni da sottosegretario nel 1983, ai tempi del crac del banco Ambrosiano).
Quando poi Pisanu va in tivù, da Fabio Fazio, e chiede allo stato di fermarsi “al di qua della porta del dolore” (la stanza del malato terminale), in molti sospirano: che uomo saggio, che uomo rispettoso, che uomo pacato. Sospirano come davanti alla panacea universale, che siano pro o contro il disegno di legge sul testamento biologico, e pro o contro l’opinione di Pisanu stessa (nessuna legge). Sospirano e si domandano: ma perché quest’uomo troppo umano resta berlusconiano? E se lo immaginano di nuovo ministro, se lo pregustano ai vertici del Pdl al posto del Cav. oppure lo immaginano in fuga con Paolo Guzzanti verso lidi liberali e lo sognano addirittura presidente della Repubblica. Altri ancora, come il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, lo hanno detto a microfoni aperti, durante un giro nella Sardegna pre-elettorale, che cosa vorrebbero da Pisanu: “Non posso non domandarmi perché Rutelli, Casini e Pisanu debbano stare in tre partiti diversi”. Inutile dire, come dice spesso Pisanu in conversazioni private con collaboratori e osservatori, che chi ha la vocazione d’essere libero lo mette in conto.
Mette in conto, cioè, che ci potrà essere consenso (cosa che di certo fa piacere), dissenso (cosa che di certo fa pensare), ma anche “bercio del fazioso”, ove per bercio del fazioso s’intende qualcosa che può fare ridere o fare pena, ma che è quasi una sfida per un ex democristiano che spesso si è trovato in minoranza – talmente in minoranza, ai tempi di Ciriaco De Mita, che non fu ricandidato alle elezioni del 1992. Due anni dopo entrò in Forza Italia, luogo dove però si è trovato a intermittenza nel ruolo di quello che, per l’una o per l’altra ragione, non di rado dissente. Dissente per distanza ideologica dalla Lega – anche se a volte Roberto Calderoli, suo critico feroce, l’ha lodato per la mano ferma nei confronti dell’islam estremista. Dissente per moderazione intrinseca, dettata dalla fede di uomo libero e di cattolico liberale, come si definisce Pisanu quando qualcuno gli chiede quale sia il filo rosso che dalla Dc l’ha portato al Pdl. Dissente per occasionali discrepanze d’opinione con il Cavaliere sul metodo e la comunicazione – come durante la lunga notte delle politiche 2006.
Dissente ma non molla, e però da qualche tempo è di nuovo colui che non si incasella. E quando, pochi mesi fa, ha aperto un suo foro intellettuale, erano già tutti lì a dire: Pisanu fa come Massimo D’Alema, Pisanu fa come Gianfranco Fini, eccola, la mossa principe dello smarcamento, si chiama fondazione Medidea, luogo ideale di riflessione sulla “questione mediterranea”, aperto a intellettuali cattolici e laici: “Da millenni il Mediterraneo è una frontiera… nelle sue acque sì è combattuto aspramente, ma si è anche proficuamente commerciato”, si leggeva fin dalla prima ora sul sito della fondazione presieduta dal senatore (che in persona organizzava conferenze italo-libiche e progettava riviste cartacee e internettiane). Ma c’era sempre qualcuno che lo incatenava a quell’equazione: crei un tuo pensatoio? Allora stai anelando all’indipendenza.
E quando, in concomitanza con l’approfondirsi della distanza Pisanu-Maroni sulla questione ronde, è arrivato al presidente della commissione Antimafia l’invito centrista al seminario di Liberal a Todi – Casini, Tabacci, Rutelli, Buttiglione e Pisanu, tutti insieme a discettare di “nuovo tempo” centro-moderato “per la Repubblica” – qualcuno si è chiesto se davvero Pisanu ci stesse pensando, a passare oltre (il Pdl) per realizzare il sogno di un Ppe italiano. Idea non nuova per Pisanu, che a quello, il Ppe italiano, da tempo dice di puntare.
Poco più di un anno fa, infatti, in apertura di campagna elettorale per le politiche 2008, Pisanu mostrò forte e chiaro il desiderio di gettare Berlusconi oltre l’ostacolo, oltre quel Pd di Walter che voleva far tutto all’americana per “marciare verso il centro”, senza tessere e in estrema liquidità. “Se non ci muoviamo, ci travolgerà”, disse Pisanu in un’intervista a questo giornale, disegnando, in un momento in cui il pareggio elettorale pareva più che probabile e in cui le prove di dialogo veltroberlusconiane parevano più che prove, i confini di un partito ancora più “americano” di quello immaginato dal Veltroni del Lingotto: Luca Cordero di Montezemolo, Savino Pezzotta, Mario Monti, poteri forti e meno forti da raggiungere “con uno scatto unitario” e con meno “reazioni propagandistiche” per non farsi triturare dal Pd che mirava a quella che Marco Follini chiamava “terra di mezzo” e che per Pisanu era un po’ la terra di nessuno. Il copyright del partito aperto è mio, disse l’ex ministro dell’Interno, non senza orgoglio: “Nel ’73 proposi a Fanfani la soppressione del tesseramento”.
Il fatto è che il Pisanu del ’73 lo ricordano in pochi, mentre in molti ricordano il Pisanu dolente del 1978, quello descritto da Giovanni Bianconi in “Eseguendo la sentenza”, il libro sul sequestro Moro: Pisanu il capo della segreteria politica di Zaccagnini che, dopo essere andato a casa Moro, il giorno del rapimento, forse pensando alla sua Sardegna, terra di sequestri, pensò a quello che prova il parente di colui che per mesi vive incatenato in una grotta, e provò a dire: “Non possiamo decidere noi soli, prima di tutto bisogna interpellare la famiglia”, per poi “intuire il dramma” dalle risposte degli astanti: quello “non era un affare privato, ma una partita istituzionale, un affare di stato”.
E d’altronde Pisanu a Moro sempre ritorna col pensiero – viene prima la persona dello stato, dice quando le polemiche bioetiche lo necessitano, ricordando l’impegno dello statista democristiano attorno all’articolo 2 della Costituzione, ai tempi della Costituente. C’era anche Togliatti, a discutere di quell’articolo, ha raccontato un giorno un Pisanu in vena di amarcord. Togliatti cedette e andò contro i compagni che gli rimproveravano la rinuncia al primato dello stato, dice il senatore quando la nostalgia morotea si fa sentire. E forse un po’ si duole, in cuor suo, di essere sempre associato a Zaccagnini (e di rimando a Franceschini) e non a Moro. “Pisanu il braccio destro di Zaccagnini, Pisanu e la banda dei quattro”, si legge nelle biografie del presidente dell’antimafia, alludendo all’impegno politico degli esordi – lui, Bodrato, Salvi e Belci ad amministrare il partito per conto di “Zac”, come i famosi quattro nella Cina di Mao. E chissà se Pisanu concorda con il dotto ex democristiano che sentì Moro definire Zaccagnini “dolente senza dolore, appassionato senza passione”.
Perché Pisanu non fu mai senza passione e anzi, fin da giovinetto, a Sassari, si lasciò travolgere dall’irruenza politica del ruggente Francesco Cossiga, professore universitario, facendosi convincere: tu vieni a fare il segretario provinciale, disse Cossiga a Pisanu. Il quale, da ragazzo dell’Azione cattolica proveniente da Ittiri, paese di vecchi telai e campi di carciofi, rispose inizialmente: no, devo studiare e non ho la preparazione adatta. Cossiga non lo mollò: la preparazione la giudico io. E Pisanu, corrucciato sotto le spesse sopracciglia, ridisse: no, non me la sento. Il giorno seguente arrivò la convocazione dall’arcivescovo Mazzotti. Invece penso tu debba farlo, disse il prelato al giovane Pisanu titubante, aggiungendo un incoraggiamento scherzoso: “D’altronde non hai mai avuto la faccia da sagrestano”. Pisanu si convinse e Cossiga, deus ex machina, per nulla si stupì.